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domenica 6 novembre 2011

Il tempio di Giove Capitolino, Roma


La costruzione del tempio di Giove Capitolino iniziò sotto il regno di Tarquinio Prisco (e terminata da Tarquinio il Superbo), ma  l'inaugurazione avvenne solo nell’anno in cui la tradizione pone l'inizio della Repubblica, ovvero 509/8 a.C.
L'influenza etrusca era molto forte a Roma, non solo per quanto riguarda la presenza di sovrani etruschi, ma anche per le maestranze artistiche, lo stile e i materiali. Grazie agli etruschi a Roma cominciarono ad essere costruiti i primi templi, con decorazione in terracotta e immagini di divinità, che andavano a sostituire i santuari a cielo aperto.

Il tempio era  posto alla sommità del colle Capitolino e per secoli rappresentò uno dei templi più grandi e importanti dell'antica Roma. Al suo interno erano custoditi i  Libri Sibillini e vi si ospitavano celebrazioni trionfali e sacrifici augurali. Il ritrovamento di una testa umana con volto integro, durante lo scavo per l'allestimento delle fondamenta del tempio, forse  di un certo Olo di Vulci,  ha dato il nome al colle (caput oli). Secondo altri si tratterebbe della testa di una statua.

Il tempio, con orientamento sud-est,  misurava 65x60 m, impostato su un alto podio (4,5 m), esso aveva  sei colonne sulla fronte e sei su ogni lato (esastilo periptero). Su alcune monete e rilievi di età imperiale, come quello di Marco Aurelio, anch'esso ai Musei Capitolini, il tempio è rappresentato con quattro colonne (tetrastilo).

Rilievo da monumento onorario di Marco Aurelio. Sul fondo il Tempio di Giove Capitolino

L'accesso avveniva tramite una scalinata tra due avancorpi sul lato frontale. Attraverso un pronao con tre file di sei colonne si accedeva all'interno dove tre celle erano dedicate ognuna ad una divinità, Giove, Giunone e Minerva (la cella centrale destinata a Giove era più ampia). Per questo il tempio era detto anche della Triade Capitolina. Le colonne avevano un diametro di più di 2 m ed probabile che fossero in tufo stuccato anziché in marmo, almeno in origine, come dimostrano raffronti con templi tardo arcaici.

Le fondamenta (alte circa 7,5 m) in opera quadrata di tufo (cappellaccio) sono ancora visibili all'interno dei Musei Capitolini (durante gli scavi il ritrovamento di ceramica nella fossa di fondazione ha permesso di confermare la data della metà del VI secolo a.C.), mentre l'alzato del tempio era in legno rivestito con una ricca decorazione in terracotta policroma, statue di divinità e acroteri, come prevedeva la tradizione etrusca. Furono infatti artisti etruschi ad eseguirne le decorazioni, capeggiati da Vulca, scultore di Veio, autore del famoso Apollo di Veio, che eseguì anche la statua in terracotta di Giove il Dio seduto con le insegne della regalità etrusca: corona, scettro, toga purpurea e fascio di fulmini. La statua è andata perduta a causa di un incendio nel I secolo a.C. e fu sostituita da un'altra crisoelefantina, ovvero ricoperta di oro e avorio, su esempio della statua di Zeus ad Olimpia eseguita da Fidia. Sul tetto era posta una quadriga fittile che durante l'esecuzione pare sia stata protagonista di un prodigio poiché si diceva si fosse ingrossata durante la cottura anziché diminuire. Ciò fu visto come un presagio di potenza per Roma. L'acroterio fu sostituito alla fine del III secolo a.C. da una copia in bronzo.

Il tempio andò distrutto, e con esso i Libri Sibillini, in un inciendio durante la dittatura di Silla e da quest'ultimo ricostruito in pietra sulle antiche fondazioni  con le stesse dimensioni ma con materiali ben più pregiati. Le decorazioni in terracotta e bronzo furono sostituite da opere in marmo e altri materiali preziosi. Tracce di restauri in opera cementizia riferibili alla tarda Repubblica sono state trovate nelle fondamenta (probabilmente per rinforzare il tempio vista la sostituzione di legno e terracotta con il marmo). Il tempio andò distrutto varie volte e sempre prontamente ricostruito, seguendo l'antico progetto, per tutto il periodo imperiale, fino alla definitiva distruzione nel VI secolo d.C. dovuta soprattutto all'uso del tempio come cava per costruire chiese e palazzi. I marmi e i capitelli del tempio furono impiegati per scolpire nuove statue a partire dal XVI secolo, quando furono rinvenuti durante i lavori per la costruzione del Palazzo Caffarelli.

Scavi condotti nell'area ad est del tempio hanno riportato alla luce tracce di insediamenti ininterrotti a partire dal Bronzo Recente fino al VI secolo a.C. quando cioè iniziarono i lavori per il tempio, a cui sono riferibili anche tracce di attività metallurgica per il restauro degli arnesi in ferro  usati per il taglio dei conci e per la carpenteria.





















domenica 15 maggio 2011

La statua equestre di Marco Aurelio al Campidoglio


Collocata nell'ampia e luminosa Esedra del Palazzo dei Conservatori (Musei Capitolini) dopo essere stata spostata, per motivi di conservazione, dal centro della piazza del Campidoglio,  la statua è una dei rari bronzi antichi giunti sino a noi dall'antichità.
Marco Aurelio è raffigurato nell'atto di parlare a popolo, con il braccio destro levato,  e monta un cavallo che in origine poggiava la zampa destra sulla testa di un barbaro sconfitto. Attualmente la zampa è sospesa in aria. Restano ancora tracce della originaria doratura sul viso e sul manto dell'imperatore, sulla destra e sul dorso del cavallo.




L'anno di erezione della statua è il 176 d.C. ma in luogo in cui fu posta è tuttora dibattuto, si ipotizza il Foro Romano, oppure Piazza Colonna dove oggi c'è la colonna Antonina e dove un tempo sorgeva un tempio. Durante l'alto Medioevo la statua venne risparmiata dall'essere fusa poichè si credeva che rappresentasse l'imperatore. Solo più tardi, con l'aiuto delle immagini incise sulle monete si arrivò all'identificazione di Marco Aurelio. Nell'VIII secolo venne spostata al Laterano e successivamente trasferita nella piazza del Campidoglio nel 1538 per volere di Paolo III e innalzata su un piedistallo  disegnato da Michelangelo, ornato di gigli di Paolo III e un elegium del '500. Quando nel 1979 il Campidoglio fu oggetto di un attentato dinamitardo la statua rimase gravemente danneggiata con lesioni alle zampe del cavallo e un gravissimo processo di corrosione di cui ci si rese conto solo in quel momento. Così nel 1981 cominciò il suo restauro, concluso nel 1990. Già nel XIX secolo la statua equestra era stata sottoposta a restauro da Carlo Fea  che per ovviare a problemi di stabilità dovuti alla corrosione dell'acqua colò del metallo nella zampe del cavallo. Il pericolo di ulteriore corrosione dell'opera ha impedito il ricollocamento sulla piazza dove ora si trova una copia la cui esecuzione merita di essere ricordata.







La realizzazione della copia.


Quando nel 1981 la statua venne rimossa per essere restaurata ci si pose anche il problema di come ottenere una copia che fosse davvero fedele all'originale. Le normali tecniche eseguite con calco diretto, con compasso o pantografo sono ormai considerate superate. Per questo motivo si decise di ricorrere alla fotogrammetria.
A causa della scarsa adesione al bronzo doratura superficiale della statua non è stato possibile procedere con il calco diretto e rischiare di perdere l'oro ancora presente. Così si decise di optare per un modello fotogrammetrico sia per il cavallo che per Marco Aurelio. La tecnica fu applicata per la prima volta ad una scultura di tali dimensioni (4x4, 1x2,3 m).
Si procedette nel modo seguente: una volta eseguita la campionatura di più di 450.000 punti sia per il cavallo che per il cavalieri si creò il modello fotogrammetrico grazie ad un software specifico. Il risultato furono lastre di cloruro di polivinile di 5 mm di spessore ciascuna assemblate successivamente su una struttura in acciaio, il vero e proprio modello del monumento. Fu calcolata anche la percentuale di ritiro che subisce il bronzo nel procedimento di fusione a cera persa. In questo modo l'opera risultante avrà le stesse dimensioni dell'originale, a differenza di quanto sarebbe accaduto con il calco. A completare l'opera furono la Zecca dello Stato e la Scuola d'Arte della Medaglia che, avendo a disposizione l'originale, hanno potuto modellare la copia con materiale plastico. Tutti i minimi particolari della statua originale sono stati fedelmente riprodotti, anche l'aspetto corroso del metello.


Una volta terminato questo modello si è passati alla fusione a cera persa indiretta con la stessa metodologia di V secolo a.C. rispettando anche il peso dell'originale (2600 kg) i modo tale che il basamento michelangiolesco potesse accogliere la copia senza problemi. La statua equestre è stata divisa in 31 parti, secondo la prassi nell'antichità, utilizzando una lega in bronzo. Una fase questa molto delicata che richiese tutta la straordinaria abilità dei fonditori. della Zecca. Subito dopo furono eseguite sabbiatura e cesellatura a mano. Infine fu applicata la patina che esalta il colore del bronzo. Le diverse parti della statua furono assemblate e definitivamente saldate.
Il risulutato fu una copia in tutto e per tutto fedele all'originale ma talmente elaborata e ben eseguita da poter essere considerata essa stessa un'opera d'arte da tramandare ai posteri.
Curiosità: un'antica leggenda narra che quando la doratura della statua ricomparirà del tutto allora la "civetta", ovvero il ciuffo di peli posto tra le orecchie del cavallo che sembra assumere proprio la forma del volatile) canterà annunciando il giudizio universale!










La statua colossale bronzea di Costantino ai Musei Capitolini

La colossale testa misura 177 cm, la mano  e il globo 150 cm. Questi resti dell'imponente statua bronzea furono ritrovati al Laterano e donati da Sisto IV nel 1471 insieme ad altri famosissimi bronzi tra i quali la Lupa Capitolina. Questi importantissimi reperti attualmente si possono ammirare ai Musei Capitolini, nell'Esedra del Palazzo dei Conservatori, a pochi passi dalla statua equestre originale di Marco Aurelio
La statua in origine era in posizione stante e doveva raggiungere un'altezza di 10-12 metri. Nella mano sinistra protesa in avanti aveva il globo, al quale è stato aggiunto il puntale solo in epoca moderna.



Questi frammenti furono esposti davanti alla Basilica Lateranense, posti su due colonne, ad indicare il trionfo del papato. Ciò avvenne intorno al 1200, ma la distruzione del colosso, che forse era collocato  nei pressi del Colosseo e  che secondo l'immaginario medievale rappresentava il dio del sole, avvenne probabilmente sotto Gregorio Magno (VI-VII secolo d.C.). In esso fu riconosciuto l'imperatore Costantino grazie a confronti con le monete di epoca tardo e post-costantiniana. L'iconografia è quella della fase finale dell'impero costantiniano, subito dopo il 330 d.C. Lo stile della capigliatura sembra confermare la datazione poichè rimanda all'iconografia dell'imperatore rappresentanto come divus adottata per le sue statue colossali, specialmente a Costantinopoli, e prevedeva anche la corona radiata.
Tutto ciò non può non far pensare alla famigerata statua di Nerone-Helios che venne posta presso la Domus Aurea da Nerone stesso, spostata a causa della costruzione del Colosseo e ricollocata da Adriano nel tempio di Venere e Roma. Recenti restauri sul colosso bronzeo hanno infatti mostrato tracce di rifacimenti sullo stesso che farebbero pensare di essere di fronte ad una statua bronzea di I secolo d.C. riutilizzata nei secoli successivi da vari imperatori. In questo senso sarebbe plausibile la sua identificazione con il colosso di Nerone. Le fonti confermano che ques'ultimo venne più volte riadattato, soprattutto per quanto riguarda il volto.