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giovedì 26 maggio 2011

San Lorenzo Fuori le Mura, Roma


L'area  dove oggi sorge la basilica  fu occupata, dal I a.C. al V d.C., da un vasto sepolcreto di cui oggi restano tracce scarsamente visibili e mal documentate nel corso dei lavori per il quartiere di San Lorenzo a Roma a partire dal 1880.
Vicino all'odierno cimitero monumentale del Verano permangono alcuni resti residenziali che fanno ipotizzare la presenza di un possedimento di Lucio Vero a cui si lega il toponimo VERANUS di IV secolo d.C. e associato alla sepoltura di Lorenzo.
L'arcidiacono Lorenzo venne ucciso il 10 agosto 258 sotto Valeriano e deposto in una tomba in arenario cryptae, in base a quanto riportato da una Passio e dal Liber Pontificalis di VI secolo d.C.

LA BASILICA “CIRCIFORME” COSTANTINIANA (Basilica Maior)

Fu intorno al III d.C. che cominciò a svilupparsi intorno alla tomba del martire, o area martiriale, una vasta catacomba ma solo durante il IV d.C. grazie all'imperatore Costantino e papa Silvestro venne edificata una basilica supra arenario cryptae, la cosiddetta basilica maior o a deambulatorio scoperta negli anni ‘50
Essa consisteva in un'aula di culto  larga 35 metri e lungo 99 metri a tre navate di cui le minori giravano intorno all'abside formando un deambulatorio. Le navate erano divise da colonne forse con architravi. La facciata era probabilmente aperta a est con cinque aperture e quattro colonne mentre ad ovest il lato esterno del deambulatorio aveva sette aperture in corrispondenza del percorso che conduceva da San Lorenzo a Porta Maggiore. Restano tracce dell'antica basilica con porzioni di muro e abside nel cimitero.
Questo tipo di basilica cosiddetta “circiforme” conferma la datazione al IV secolo poiché in questo periodo l’attività edilizia di Costantino era molto fiorente e a lui vengono attribuite altre basiliche a deambulatorio come quella si Sant’Agnese fuori le Mura.
Fu lo stesso Costantino, come riporta il Liber Pontificalis, ad abbellire la tomba del santo ma della sua attività non resta traccia.
Di certo tra III e IV secolo l’area martiriale comincia a svilupparsi ad ovest della tomba che già a metà del IV secolo presentava una cataratta votiva che poi venne rialzata.
L’identificazione del martire non è certa. Tutto ciò che si può dire è che l’area martiriale consisteva in una camera ad L con molte sepolture  sul pavimento e alle pareti. La camera era in collegamento con la catacomba e forse aveva anche un accesso diretto dalla campagna.

Durante il V secolo Sisto III, Ilaro e Anastasio apportarono degli abbellimenti. Venne costruito un monastero insieme con due balnea e un pretorium, un battistero e una basilica  dedicata a Santo Stefano (sulla collina del Pincetto Verano). Di tutto ciò non resta traccia.


LA BASIILICA PELAGIANA (Basilica Minor)

A fine VI secolo venne costruita una basilica ad corpus parallela alla prima, detta minor, con papa Pelagio II. Venne tagliata parte della collina dove c'erano le gallerie della catacomba per raggiungere il livello della sepoltura. L'asse della nuova aula di culto aveva l'abside a ovest con i lati est ovest e nord incassati nella collina. Di conseguenza l'ingresso era sul lato sud.
L'aula era lunga 32 m e larga 21 m.aveva tre navate con cinque colonne e sei intercolumni. A est un nartece diviso dalla navata centrale con un triforio e dalle laterali con un arco. Nella navata centrale c'erano delle finestre mentre navatelle e matronei restavano in penombra.
A ovest l’edificio comunicava all'esterno con  il pozzo-cataratta posto sopra la tomba. L'abside si apriva verso questa area esterna e aveva quattro finestre e una fenestella confessionis e dalle navatelle era possibile accedere a questo retrosanctos.  La tomba con cataratta doveva essere probabilmente la sepoltura originaria del santo che poi venne spostato da Pelagio II o altri nella navata centrale sotto l’altare maggiore.
Della decorazione originaria resta il mosaico dell'arco absidale che vede rappresentato Cristo in globo tra Pietro Paolo Lorenzo Stefano Ippolito e Pelagio II mentre offre il modellino della chiesa. L'epigrafe che correva alla base del catino absidale ricordava i lavori del papa ed è nota solo fonti medievali. Attualmente vi è un’epigrafe ricomposta nel 1864. L’iscrizione che corre invece alla base dell’arco è originale.
La basilica venne costruita con materiali di spoglio del III secolo. Coevi sono i pulvini del matroneo e le basi delle colonne della galleria est del matroneo.
A nord dell'area martiriale l'oratorio aveva affreschi di VIII secolo dove si riconoscono due strati: un primo strato con il santo che offre una corona di inizio VIII secolo e un secondo strato con la Vergine con Bambino di metà VIII secolo. Gli affreschi sono stati staccati e rimontati nella parete meridionale della basilica attuale.

Nell'VIII secolo venne intonacata la nicchia sud del nartece con una teoria di santi e sante e una Madonna con Bambino, resi noti da un acquerello di Vespignoni poiché distrutti durante la costruzione della tomba di Pio IX (1878). Al contrario la decorazione della nicchia nord di XI secolo con soggetto analogo è ancora sul posto ma in pessime condizioni.

Successivi interventi riguarderanno il restauro del portico che potrebbe risalire al VI secolo mentre Leone IV nel IX secolo unisce i due monasteri di San Lorenzo in un'unica istituzione dedicata ai Santi Stefano e Cassiano.


In pieno Medioevo verrà eliminata l'abside originaria e sostituita con una nuova più a ovest che includeva anche il retrosanctos. Il baldacchino, o ciborio, del 1148 venne posto tra la nuova abside e il pozzo-cataratta.
Tra il 1187 e il 1191 vengono costruiti il chiostro del monastero e il campanile.
Con Celestino III e Innocenzo III sorge la cosiddetta Laurenzopoli ovvero una fortificazione che includeva la basilica e il monastero. Essa venne a rappresentare il potere che ormai avevano i benedettini ma venne distrutta nel 1580 ed è testimoniata solo da un disegno e una iscrizione del 1500.

LA BASILICA DI ONORIO III

Durante il XIII secolo l'edificio pelagiano viene parzialmente interrato, è tolto l'abside e allungato verso ovest con nuovi muri e 11 colonne. L’aula di Pelagio divenne il nuovo presbiterio rialzato di 1,60 rispetto alle nuove navate. L’edificio si apriva a ovest verso la via Tiburtina con un portico a sei colonne. Dunque l’ingresso venne a trovarsi sul lato opposto rispetto a quanto avveniva in passato. Vengono impiegati materiali della basilica “circiforme” di Costantino.
Sopra la tomba del martire viene posto l'altare principale su cui fu posto il baldacchino del 1148.
Nella navata centrale vengono posti due amboni realizzati con materiali di reimpiego probabilmente dell’edificio pelagiano.
Il pavimento cosmatesco  è tutto ciò che resta della decorazione originaria dell’edificio e venne completamente rifatto dopo il bombardamento del 1943. Al centro della navata un mosaico ne ricorda il restauro mentre un altro raffigura due cavalieri armati databili al XII-XIII secolo.
Nel nuovo presbiterio vennero realizzati banchi in marmo per il clero nel 1254. Sul lato ovest una ricca decorazione cosmatesca poi rifatta dopo il bombardamento del 1943. Nella controfacciata affreschi con storie di San Lorenzo  risalenti al XIII secolo ma purtroppo andati distrutti mentre sulla parete di fondo Cristo in trono.
Nel 1256 venne posta nella basilica la tomba del cardinale Fieschi, un sarcofago antoniniano di reimpiego con baldacchino.
Bonifacio VIII decora il portico di facciata con affreschi su Santo Stefano protomartire e San Lorenzo riprendendo la leggenda secondo la quale il corpo di Stefano da Gerusalemme fu portato al Verano per essere sepolto nella stessa tomba di Lorenzo (già nel XII la tomba veniva indicata ai pellegrini come contenente le spoglie dei due santi.

Nel XVI la fortificazione viene distrutta mentre tra 1855 e 1864 la basilica pelagiana viene svuotata e vengono isolati i lati nord ed est ancora incassati nella collina.
Tra il 1882 e il 1895  sotto il presbiterio viene costruita la tomba di Pio IX.
Il 19 luglio 1943 una bomba della RAF  colpisce la basilica distruggendo la zona centrale. I resti dell'ordigno sono oggi conservati nel chiostro.
Fino al 1950 vengono fatti restauri delle coperture, del portico, del pavimento e della facciata. Fu in quella occasione che l’area martiriale con il pozzo-cataratta venne riportato alla luce.

LA BASILICA ATTUALE

La basilica attuale consiste in un portico con 6 colonne e capitelli ionici e pilastri angolari. La trabeazione con fregio a dischi, mosaici e fiorami. Sulla destra il monastero arretrato e il campanile in laterizio.
La facciata è in laterizio con tre finestre ad arco venne restaurata dopo il 1943. Sotto il portico ci sono affreschi di fine XIII secolo restaurati dopo il bombardamento, sarcofagi e un monumento ad Alcide De Gasperi.
Parlando dell'interno va detto che le due basiliche, quella pelagiana e quella onoriana, non sono coassiali.
Le colonne di Onorio III, 22, sono di dimensioni e marmi diversi e forse appartengono alla basilica maior. I capitelli sono ionici, la copertura è a capriate. Pavimento, amboni e cero pasquale sono cosmateschi e di metà XIII secolo.
Nella navata sinistra si trova la cappella dedicata a Santa Ciriaca.
Al presbiterio, eretto sopra la navata centrale della basilica pelagiana, si sale tramite due scalette. Anche qui il pavimento è cosmatesco e risale ad Onorio III.
Dalle navate laterali onoriane si scende al livello della basilica pelagiana il cui endonartece che fu trasformato nella cappella funeraria di Pio IX.
Dal chiostro di fine XII secolo, dove si conservano i resti della bomba del 1943 e iscrizioni e resti di sculture di età classica e medievale, si accede alle catacombe di Ciriaca dove si trovano alcune pitture di una certa importanza come Cristo tra due santi, Giona, Mosè, Il Buon  Pastore.



mercoledì 25 maggio 2011

La catacomba di Priscilla, Roma

Situata sulla Via Salaria presso il Monastero della Suore Benedettine di Priscilla, è una della catacombe più grandi e conosciute di Roma MA purtroppo una della poche ad essere regolarmente aperte al pubblico.
La catacomba è il risultato di una fusione di vari nuclei indipendenti che con il tempo andarono a costituire un reticolo di gallerie in un periodo che va dal II al V secolo d.C.
Consiste in due piani:

I piano: è il piano superiore, detto ‘arenario’. Qui le gallerie sono diverse tra loro per larghezza, andamento e altezza, quote pavimentali, murature diverse, materiali e datazioni. Si tratta della fusione insieme di impianti scavati prima che divenisse una catacomba, quindi con scopi diversi. Le gallerie di arenaria erano infatti scavate per impianti idraulici. A questo piano si accedeva dalla campagna e non erano previste scale.

II piano: risale al IV d.C. e fu scavato interamente dai fossores (ovvero coloro che progettavano, scavavano, inumavano e decoravano, veri e propri padroni delle catacombe) a scopo funerario seguendo criteri di uso razionale e intensivo dello spazio, dunque secondo un progetto predefinito. Le gallerie, a differenza dell'arenario (I piano), sono più strette e rettilinee. Lo schema è quello a pettine con 2 gallerie principali e gallerie secondarie con le pareti riempite da pile di loculi tutti uguali. Solo su una galleria si aprono cubicoli, cioè tombe di privilegiati con volontà di autocelebrazione, una pratica diffusa nella mentalità dell'uomo romano, ma non sempre si tratta di gente di rango elevato. Secondo il Liber Pontificalis papa Marcello (IV secolo d.C.) avrebbe realizzato una catacomba sulla via Salaria che venne identificata con questo II piano. Con la costruzione di questo piano viene abbandonato l'accesso dall'arenario e vengono costruite delle scale.

Questi due piani sono collegati da un grande lucernario che serviva per la luce e l'aria ma anche per estrarre la terra e presenta tracce di gradini nel tufo e di decorazione.

L'intero cimitero consiste in 4 nuclei:

2 cimiteri comunitari e 2 cimiteri a carattere familiare che verranno ad avere un unico carattere comunitario quando i nuclei si fonderanno insieme.


I NUCLEO: Impianto funerario comunitario, arenario centrale.

Vi si accede attraverso una scala scavata negli anni '90 ricavata in una grotta in arenario, tutta in muratura con due rampe di scale e un pianerottolo intermedio. La rampa più bassa poggia su uno sperone di tufo mentre la rampa più alta e il pianerottolo sono costruiti con interro ricco di frammenti ceramici di fine II-inizio III d.C. (frammenti di sigillata A e C). Questa datazione coincide con altri elementi riferibili alle iscrizioni, elementi pittorici, decorativi, alle morfologie delle sepolture e ai bolli doliari di età di Caracalla (terminus ante quem). Il nucleo nasce come impianto familiare ma in seguito si aprono spazi per sepoltura che si aggiungono quando l'impianto entra a far parte del cimitero comunitario.
Nell'arenario centrale si trovano nicchioni per sarcofagi in muratura e intonacati:

-un nicchione con soppalco decorato a stucco che è purtroppo caduto ma ha lasciato l'impronta. Sono visibili le graffe di ferro del restauro dell'800.
Presenta due fasi di decorazione:
1. due immagini simmetriche di Pastori criofori (cioè in compagnia dell’agnello) in stucco in un ambiente bucolico, fiorito, idilliaco. E' un'immagine di salvezza che allude al Cristo.
2. la volta viene regolarizzata e l'affresco viene ampliato. Di questo resta solo una parte distinguibile nei tratti essenziali. Si trattava forse di due affreschi simmetrici:

Madonna con Gesù Bambino in braccio, (220-230 d.C.)
La più antica  immagine mariana fino ad ora conosciuta (prima del Concilio di Efeso nel 432 d.C. Maria è solo madre). La scena è comunque cristologica poiché Maria è vista come strumento per l'incarnazione del Cristo.
In alto due personaggi oranti che forse rappresentano i defunti sepolti lì accanto.
Accanto alla Madonna c'è un Profeta che indica la stella (vaticinio di Balaam o Isaia)
Il colore verde degli affreschi è dovuto alla variazione microclimatica e alla proliferazione di muffe dovute all'apertura del lucernario. Anche le graffe di ferro nell'intonaco hanno provocato un rigonfiamento delle stesse a causa dell'umidità.

- cubicolo della Velata, datato alla metà del III d.C. intorno al 260-270 d.C. presenta un soffitto piano e sepolture sulla parete di fondo. Il nome deriva dall'affresco nella lunetta di fondo che presenta una Donna con una tunica in atteggiamento orante e capo velato. Ai lati forse scene di vita della defunta.
Al centro della volta è raffigurato il Buon Pastore raffigurato con agnello sulle spalle tra due alberi sui cui sono appollaiate due colombe con ramoscelli d'ulivo. Ai piedi del pastore due pecore.
Altri episodi si riferiscono all'Antico Testamento: I tre ebrei salvati dal fuoco, il salvataggio di Isacco e quello di Giona dalla balena. Tutti episodi che raccontano la salvezza per mano di Dio. 


II NUCLEO: Zona del Cripto-portico, ipogeo non comunitario ma familiare.

Impianto funerario che si trova subito sotto l'arenario e che presenta caratteristiche diverse per vari aspetti.
Questo ipogeo, detto Cripto-portico, in una prima fase ebbe carattere familiare con un numero limitato di tombe. Prima dell'uso funerario era una grotta di arenaria rimasta isolata a causa di una frana e trasformata in cisterna per l'acqua. Poi fu creato un vero edificio in muratura coperto da 6 volte a crociera in calcestruzzo con  un unico spazio per un sarcofago.
L'ambiente era servito da una scala che faceva già parte dell'impianto idraulico e conduceva alla "piscina".

-Cappella greca (metà III d.C.) presenta iscrizioni in greco alle pareti ed è riccamente decorato in stile pompeiano. Ha tre absidi sullo sfondo con predella sulla pareti laterali su cui si è supposto potessero essere posti triclini (bancale posto sopra le sepolture per celebrazioni funerarie). Vi si trovano scene di Vecchio Testamento come  Daniele tra i leoni, i tre giovani nella fornace e Susanna accusata dai vecchioni e salvata dal profeta Daniele e di Nuovo Testamento come la Fractio Panis e Gesù che chiama Lazzaro fuori dalla Tomba.
Sulla volta scena di Banchetto con 7 personaggi. E' forse una allusione al banchetto ultraterreno a cui ci si augura di poter partecipare. Sull'arco sono rappresentati i Re magi. Lo stucco impiegato per questi affreschi era un materiale pregiato ma non adatto alle condizioni ambientali della catacomba.

- il Ninfeo (IV d.C.) è un cubicolo monumentale a pianta ottagonale inserito tra le gallerie di arenaria, destinato a sepolture importanti, forse di papi (Liberio) poiché il Liber Pontificalis testimonia di molte tombe di papi che però non sono state rintracciate. Si alternano nicchie quadrate e circolari, in un angolo c'è una mensa.


III NUCLEO: Eliodoro e Tyche, ipogeo comunitario.

E' il risultato dell'intenso sfruttamento del precedente impianto idraulico. Si tratta di due gallerie idrauliche in discesa su piani diversi. Quando venne realizzato l'impianto funerario non si fecero molti lavori. Le due gallerie si tagliano tanto che una aveva sfondato la volta dell'altra. Il passaggio non è originario, in precedenza c'era una piccola apertura che metteva in  comunicazione due impianti idraulici. Le gallerie sono strette e a sezione ellittica con nicchioni molto profondi e loculi uno dietro l'altro per ospitar molte sepolture. Questo nucleo si data all'inizio del III d.C.

IV NUCLEO: Ipogeo degli Acilii, a carattere privato.

Attraverso una scala ci si immette in un impianto idraulico con due gallerie e un ambiente rettangolare separato dalle gallerie. Si trattava di una grande cisterna d'acqua riadattata a cimitero familiare per gli Acilii Glabriones a cui apparteneva Priscilla e risalente alla metà del II d.C. Inizialmente ci sono solo due sepolture in due nicchioni, poi le tombe si estendono alle gallerie e alla cisterna, sotto i bancali e nel pavimento della cisterna durante il IV d.C. La cisterna era infatti diventata un luogo di celebrazione dei riti funerari e venne decorata con tessere musive e lastre di marmo. La volta presenta tracce di decorazione.


CORPUS EPIGRAFICO CRISTIANO DI ETA' PRE-COSTANTINIANA. (ICUR-Incriptiones Christianae Urbis Romae)

In base alla testimonianze epigrafiche della catacomba è stato raccolto un corpus consistente e omogeneo sia per contenuti che per tecnica esecutiva e forme tanto da poter parlare di “epigrafia priscilliana” (De Rossi).
Più di 300 epigrafi rubro-picte (dipinte in rosso), molte ancora in situ, si dividono in latine (più di 200) e greche (circa 100), queste ultime in una percentuale molto alta poiché il greco è lingua ufficiale della chiesa fino al IV d.C. ma si testimonia comunque la latinizzazione della lingua ufficiale.
Queste epigrafi provengono da nuclei preesistenti, molte dall'arenario, dal criptoportico e dai nuclei di origine idraulica.
Si tratta in maggioranza di iscrizioni "neutre", cioè prive sia di una specificità cristiana che pagana.
La maggior parte hanno solo il nomen singulum del defunto al nominativo, più raramente al genitivo o al vocativo.
Molti sono i cognomina singula, seguiti da i duo nomina e tria nomina (in percentuale minima). Nel corso del IV d.C. scompare prima il prenomen e poi il gentilizio. Ciò si spiega con il fatto che la maggior parte della comunità era di umili condizioni.
Nello specifico cristiano rientrano le cosiddette espressioni ireniche (dal greco eirene che vuol dire “pace”) come “pax tecum” e “pax tibi” con corrispondente greco. Pax era la formula di saluto tra i fratelli della comunità, qui rivolta al defunto e a volte sostituita da vale. Formule più elaborate sono “in pace” o “in pace et in refrigerium” (cioè il banchetto che si augura al defunto nell'aldilà). Vengono cristianizzate formule acclamatorie pagane a contenuto escatologico come “vivas in deo”.
Non mancano i simboli cristiani per eccellenza come l'ancora che simboleggia l'arrivo in un porto sicuro, il pesce, talismano contro le forze del male e simbolo dell'acqua, palmette e saette.
L'onomastica rispecchia la religiosità cristiana: nomi come Felicitas, Vericundus, Filumena esprimono la fede della comunità.





sabato 21 maggio 2011

La cupola della Roccia (Gerusalemme)


La cupola della Roccia, in arabo Qubbat al-Sakhra, posta a diretto contatto con la moschea di Al-Aqsa, fu edificata da  Abd al-Malik (685-705) della dinastia degli Omayyadi. E’ posta quasi al centro della spianata dell’Haram al-Sharif (nobile santuario), dove una volta c’era il tempio di Salomone. Fu costruita sopra una roccia dove secondo la tradizione si compì il sacrificio di Abramo, di cui gli arabi si ritenevano discendenti.
Durante la sedizione dell’anticaliffo Ibn al Zubayr che si era impadronito della Mecca, la Cupola della Roccia sostituì la Kaaba divenendo luogo di pellegrinaggio. Da qui secondo la tradizione Maometto avrebbe spiccato il volo per il suo viaggio ultraterreno sulla groppa di Buraq, il mistico cavallo celeste.
La porzione di terreno su cui poggia la Cupola della Roccia per una serie di eventi concomitanti è sacra per tutte e tre le religioni monoteiste collegate a questa terra: ebraica, cristiana e musulmana. Per questo motivo nel corso dei secoli questo sacro luogo è stato oggetto di una contesa che a ancora oggi pare irrisolta.
Secondo la tradizione ebraica Abramo avrebbe accettato di sacrificare il figlio Isacco sulla roccia inglobata nel complesso della cupola. Con Salomone il pianoro fu spianato per costruirvi il tempio. Per i cristiani il luogo è sacro perché collegato alle vicende della vita di Gesù. Secondo la tradizione musulmana invece da qui Maometto sarebbe asceso al cielo. I suoi seguaci decisero quindi di costruirvi la Cupola ma con la prima crociata tornò sotto la protezione dei cristiani e venne ribattezzata Templum Domini.

IL TEMPIO DI SALOMONE
Salomone salì al trono il 970 a.C. e tra i suoi compiti ci fu quello di dare degna collocazione all’Arca dell’alleanza e alle Tavole della Legge. Il progetto del tempio fu affidato ad artigiani, ingegneri e architetti fenici forniti dal re Hiram di Tiro. Con il loro aiuto gli ebrei eressero il tempio e impararono le tecniche di costruzione e di artigianato per le quali i fenici erano rinomati. Il progetto del santuario fu ideato sulla base di influenze fenice e cananee sebbene il concetto espresso dal tempio era diverso da quello di altri templi dell’epoca.
La pianta era rettangolare, con orientamento est-ovest, sui lati del tempio tre stanze per la conservazione dei tesori, utensili, recipienti. Come dimostrano prototipi semitici, il tempi era suddiviso in tre parti: un vestibolo, un’unica navata lunga circa 20 metri con finestrelle che illuminavano scarsamente e infine il sancta sanctorum di forma cubica con 10 metri di alto senza finestre e illuminato solo dalla luce di una lampada. Qui dovevano trovarsi i due cherubini, sfingi alate che stavano di sentinella all’arca dell’alleanza e alle tavole della legge. Nel cortile del tempio c’era un enorme bacile in bronzo e un altare per i sacrifici alto cinque metri e a scalini. Di fronte all’entrata del tempio si trovavano le due colonne in bronzo.
Il tempio faceva parte dell’intero complesso che racchiudeva anche il palazzo di Salomone: la Casa della Foresta del Libano, la Sala delle Colonne, la Sala del Trono, la Sala del Giudizio, tutti edifici posti su terrazze che attorniavano l’alta sporgenza rocciosa. La descrizione di tutti questi edifici, compresa quella del tempio, provengono dal racconto biblico non essendoci purtroppo alcuna traccia archeologica di queste strutture.
Quando nel 587 a.C. Nabucodonosor di Babilonia assediò e distrusse Gerusalemme il tempio fu saccheggiato dato alle fiamme e raso al suolo. Le suppellettili al suo interno furono portate a Babilonia insieme a migliaia di prigionieri ebrei.
Fu solo in occasione della liberazione degli ebrei dal giogo babilonese ad opera di Ciro, re persiano, nel 539 a.C. che i successori della casa di Davide cominciarono i lavori per la ricostruzione del tempio nel 520 a.C. con il patrocinio di Dario I che contribuì economicamente e riportando le preziose suppellettili da Babilonia,  tranne però l’arca e le tavole di Mosè. Il nuovo tempio sorgeva su una grande spianata rettangolare e non poteva reggere il confronto con quello andato distrutto di cui mancavano anche le misure.
Un’ulteriore fase di crisi per Gerusalemme e il tempio subentrò con la caduta dell’impero Achemenide ad opera dei Greci e la conquista di Alessandro Magno. Ma fu con la spartizione dell’impero di Alessandro e le guerre tra Tolomei e Seleucidi che la Palestina venne a trovarsi tra due fuochi. Fu Antioco IV dei Seleucidi ad avere la meglio e a marciare su Gerusalemme nel 169 a.C. saccheggiando il tempio e le sue suppellettili ed erigendo un simulacro di Giove e un altare al suo interno. Anche il rotolo della legge fu stracciato e bruciato, provocando la reazione violenta degli Ebrei che capitanati dagli Asmonei e i Maccabei cacciarono i Seleucidi dal tempio che fu così riconsacrato. A questo punto il tempio divenne una fortezza per volontà di proteggerlo e fu munito di mura torri e protetto da un fossato a secco immenso.


LA CONQUISTA ROMANA

L’esercito romano di Pompeo riuscì comunque nel 63 a.C. ad assediare ed espugnare la “fortezza” e penetrando nel tempio compiendo massacri. Da questo momento Gerusalemme entra nell’orbita romana anche grazie al ruolo assunto da Erode il Grande filo romano e nominato governatore della Galilea nel 39 a.C. grazie alla sua amicizia con Antonio che gli valse anche il titolo di re dei Giudei. Dopo la sconfitta di Antonio ad Anzio nel 31 a.C. Erode si sottomise ad Ottaviano. Ossessionato dall’idea di essere ben voluto da tutto, dai romani e dagli ebrei, fu prolifico costruttore di città e templi e a Gerusalemme, tra le altre cose, dedicò tutte le sue energie al tempio desideroso di essere ricordato come colui che riuscì a restaurare il tempio e a superare la magnificenza di quello di Salomone.
La spianta sulla quale il tempio  poggiava fu allargata, la roccia fu livellata e i fossati riempiti. I muri di sostegno dell’enorme podio erano costituiti da pietre che arrivavano a misurare anche 12 metri. Il podio aveva un area di centomila metri quadrati. Nel bastione esterno si aprivano 8 porte che immettevano nella spianata dai 4 punti cardinali. Sul lato meridionale si accedeva per mezzo di lunghe rampe.
Il perimetro della piattaforma era circondato da portici colonnati che sul lato sud si allargavano a comprendere il portico reale di 162 colonne corinzie. Questi portici erano il confine esterno del cosiddetto atrio dei Gentili dove si svolgeva la vita quotidiana di Gerusalemme. Il cortile interno era invece limitato da una balaustra, 14 gradini e un muro di pietra con dieci porte d’oro e argento e costituiva i cosiddetti Sacri Recinti dove accedevano solo gli ebrei autorizzati. Il sacrario era diviso in tre: un settore era riservato alle donne, il cortile delle Donne, mentre gli uomini erano autorizzati a salire i  15 gradini che immettevano nel cortile degli Israeliti. Da qui si assisteva alle funzioni svolte nel cortile dei Sacerdoti. Il santuario era in stile ellenistico con facciata in marmo bianco sormontato da architrave di pampini d’oro. L’entrata era fiancheggiata da due colonne scanalate.
Quando Nerone decise di inviare in Palestina il suo generale Vespasiano la situazione a Gerusalemme e non solo era critica per le continue rivolte e scontri ma fu con Tito, figlio del neoimperatore Vespasiano, che nel 70 d.C. Roma marciò su Gerusalemme e diede fuoco al tempio che da quel momento non risorse più. L’impresa fu rappresentata anche sul suo arco a Roma. I resti del tempio furono abbattuti e le macerie precipitate dal parapetto della spianata. Restarono intatti solo gli enormi macigni del muro di sostegno che reggeva il lato occidentale del tempio: il Muro del Pianto.
L’ultima rivolta ebraica fu sedata, definitivamente da Adriano nel 132 d.C. L’intento di Roma era quello di eliminare qualsiasi traccia della civiltà ebraica tanto che Gerusalemme fu ricostruita e rinominata  Aelia Capitolina, città da cui gli ebrei erano banditi. Là dove una volta sorgeva il tempio Adriano fece erigere una sua statua equestre e un effige di Giove Capitolino, suo dio patrono.
Con Costantino Gerusalemme riacquista il suo nome e da allora fu meta di pellegrinaggi costanti. Il tempio in rovina tornava ad essere visitato dagli ebrei, ora non più banditi dalla città. Ben presto però la spianata del tempio venne considerata dai cristiani un luogo maledetto e fu ridotto a immondezzaio. Gli ebrei dunque rivolsero le loro preghiere e i loro lamenti alla porzione di muro occidentale rimasta, il Muro del Pianto.
Costantino attuò una sistematica e monumentale sistemazione di Gerusalemme a partire dal concilio di Nicea del 325 d.C. Fu anche grazie all’interesse di Elena, madre dell’imperatore, che vennero ricercati tutti quei luoghi sacri ai cristiani.
Con Giustiniano e sua moglie Teodora la rinascita di Gerusalemme e la Terra Santa raggiunge l’apice. La popolazione cresce e i pellegrini aumentano divenendo fonte importante di entrate. Si costruiscono chiese e ospizi per i pellegrini ma alla morte dell’imperatore  l’impero d’Oriente si indebolì e i Sassanidi minacciavano la tranquillità e nel 614 Gerusalemme fu assediata e saccheggiata. I persiani demolirono chiese e santuari, le sacre reliquie venne deportate a Ctesifonte ma Eraclio, nuovo imperatore di Bisanzio, riuscì a riconquistare la città e a recuperare la reliquia della Vera Croce. Si tratta però di una vittoria effimera vista l’estrema debolezza in cui versava l’impero di cui si approfittarono i seguaci di Maometto.

IL PERIODO ISLAMICO
Nel 636, a cinque anni dalla morte di Maometto, le truppe islamiche si trovarono ad assediare la Gerusalemme bizantina e nel 637 fu conquistata. L’impero bizantino vacillava ormai di fronte alle armate di Allah ben presto gran parte delle grandi città della Siria erano cadute in mano musulmana. Gerusalemme era l’obiettivo del califfo Omar poiché teatro particolare dell’insegnamento di Maometto. Una volta entrato nella città Omar si recò verso il luogo dove un tempo sorgeva il tempio di Salomone ma che al tempo di Omar era un luogo profanato dai rifiuti e considerato maledetto poiché lo stesso Gesù ne aveva predetto la distruzione. Qui Omar decise di innalzare una moschea, rispettando il volere di Maometto che anni prima aveva fatto di Gerusalemme  la prima qibla, cioè la direzione verso la quale volgere la preghiera, poi spostata a La Mecca. Gerusalemme era il luogo verso il quale una notte Maometto fu portato in volo da una creatura alata con volto di donna e scortato dall’arcangelo Gabriele. Atterrarono sulla rupe del tempio e dalla sommità attraverso una scala di luce dorata Maometto salì al cielo. Secondo la leggenda la rupe avrebbe voluto seguire il profeta da ma Gabriele la respinse lasciando l’impronta della sua mano su di essa. Una volta ricevute le istruzioni da Allah Maometto ritornò alla Mecca in sella al al-Buraq. In ragione di ciò Omar fece costruire presso la rupe una moschea dalla pianta quadrata e dalla rozza tipologia che però sanciva il diritto dei musulmani su Gerusalemme.
Nel 697 il califfo Abd al-Malik sostituì  la primitiva costruzione di Omar con la Cupola della roccia, Kubbat as-Sakhra. L’appellativo di “moschea di Omar” resta ancora oggi in ricordo della costruzione che precedette la Kubbat. I musulmani considerano tutto l’Haram ash-Sharif, la vasta spianata su cui poggia la cupola, una moschea e in ogni punto ci si può prostrare per pregare. All’estrema punta meridionale del Haram c’è la moschea di al-Aqsa ed è ai piedi di questa che si trova l’unica porzione di muro restante del tempio ebraico, non quello di Salomone, bensì quello ricostruito  e poi distrutto da Tito. E’ il Muro del Pianto.
Tra i motivi per i quali al-Malik decise di intraprendere la costruzione delle cupola della Roccia c’era anche quello di porre in competizione Gerusalemme con La Mecca dove una serie di rivolte guidate dal despota al-Zubair avevano lo scopo di destabilizzare la dinastia degli Omayyadi. I tentativi di riprendere la Mecca e Medina erano stati inutili e si tentò di attrarre il maggior numero di musulmani a Gerusalemme, qibla originaria ed emanò un editto che impediva ai suoi sudditi di recarsi in pellegrinaggio alla Mecca.
Furono mobilitati architetti e artigiani bizantini e persiani per costruire quello che lui voleva diventasse il nuovo fulcro dell’Islam. Agli architetti fu ordinato di costruire un modello in scala ridotta del progetto per avere modo di visionare il progetto prima che fosse realizzato. Attualmente questa piccola costruzione detta Duomo della Catena (il nome si riferisce alla catena di re Davide che poteva essere afferrata dagli innocenti ma che sfuggiva alla presa dei colpevoli) si trova ai piedi della Cupola vera e propria ma inizialmente fungeva da deposito di spezie e incensi per profumare il santuario e per conservare il tesoro che doveva finanziare le opere.
I lavori della cupola iniziarono il 687 e si conclusero nel giro di quattro anni nel 691 e i dinari d’oro avanzati furono fusi per decorare l’intera cupola che rivaleggiava così con l’altra cupola che dominava la città quella della chiesa del Santo Sepolcro. Probabilmente un dei motivi che mossero Malik fu anche quello di distogliere i musulmani da  un possibile conversione al cristianesimo. Dal punto di vista architettonico poi le due costruzioni risultano molto simili nei piani e nelle dimensioni. Di conseguenza la cupola della Roccia risultava quasi una imitazione di quella del santo Sepolcro ma presentava una evoluzione architettonica utilizzando l’antico modulo romano dell’ottagono. Quattro dei lati uguali erano allineati con i punti cardinali. Tutto era poi unificato da uno splendido mosaico colorato. All’interno invece tutto era fatto in modo che la roccia sacra spiccasse verso l’alto.
L’interno era suddiviso in tre cerchi: il più interno comprendeva la roccia il tamburo con finestre e la cupola emisferica poggiavano su pilastri e colonne in cerchio. Una transenna in ebano recintava As-Sakhra e una tenda poteva essere tirata. Gli ambulacri mediano ed esterno sono divisi da un ottagono di pilastri e colonne parallele alle otto facce del muro esterno. Le colonne sono di spoglio e recuperate dalle rovine delle chiese cristiani distrutte dalle incursioni persiane. Ogni centimetro dell’interno era decorato da mosaici, stucchi dipinti e gioielli.
Ogni elemento strutturale e decorativo ha un preciso rapporto matematico e geometrico con tutti gli altri: all’interno del diametro della cupola si inscrivono due quadrati sfalsati di 45 gradi. I prolungamenti dei lati di questi determinano le dimensioni dell’ottagono che separa i due ambulacri. I lati dell’ottagono, a loro volta prolungati, formano altri due quadrati sfalsati come i primi e inscritti in una circonferenza che a sua volta contiene l’ultimo ottagono con i lati paralleli al primo e che determina il perimetro dell’edificio.
La Cupola della Roccia non riuscì mai ad oscurare l’importanza della Mecca ma Gerusalemme fu eletta a terza città sacra dell’Islam e chiunque non potesse recarsi in pellegrinaggio in Arabia sceglieva Gerusalemme come meta prediletta.
Tra VIII e X secolo Gerusalemme visse un’età aurea. Quello fu un periodo di intensa collaborazione tra Medio Oriente islamico e Europa cristiana soprattutto dal punto di vista commerciale. Lo stesso Carlo Magno strinse alleanza con l’Islam contro i bizantini ma l’intesa era destinata a finire con  la salita al trono del Cairo del nuovo califfo detto Hakim il Pazzo nel 996 la cui eccentricità e crudeltà lo spinsero a perseguitare cristiani ed ebrei e distruggere la chiesa del santo Sepolcro. La disastrosa parentesi di Hakim fu subita anche dai musulmani che nonostante tutto continuarono a rispettare la legge islamica che prevedeva la tolleranza verso gli altri “popoli del libro”. Ciò fu dimostrato anche dal figlio e successore di Hakim che concesse all’imperatore Costantino VIII di ricostruire la chiesa del santo Sepolcro.
A metà del XI secolo i Selgiuchidi, feroci nomadi turchi, irruppero nei territori di Fatimidi e Abbasidi arrivando a controllare Armenia Iraq e Persia e miravano ad invadere l’Asia minore bizantina arrivando fino in Siria. Gerusalemme fu strappata ai Fatimidi considerati musulmani eretici dai Selgiuchidi e proibirono il culto cristiano.

LE CROCIATE
Con i turchi ormai alle porte di Costantinopoli e pronti ad appropriarsene, papa Urbano II al concilio di Clermont esortò il mondo cristiano a liberare la terra santa al grido di “Dio lo vuole”, sottolineando come ormai la chiesa d’oriente non fosse più in grado di esaudire il compito e sperando in una futura unificazione delle due chiese sotto un’unica guida, quella del papa di Roma.
Nel 1098 i Fatimidi riconquistano Gerusalemme ma nel 1099 la Prima Crociata galvanizzata dal discorso di Urbano II giunge alle porte di Gerusalemme. Inizialmente i crociati ebbero la peggio ma dopo estenuanti tentativi e innumerevoli sofferenze riuscirono a penetrare nella città e si diressero verso l’Haram dove i musulmani si stavano rifugiando per organizzare la difesa ma la rapidità dei crociati fu tale da impedirlo. La cupola e la moschea di al-Aqsa furono spogliate. La cupola della roccia divenne il Templum Domini e sulla cupola fu innalzata una grande croce d’oro mentre al-Aqsa il Teplum Salomonis. L’Haram fu riconsacrato al Salvatore: la grotta dei Profeti fu trasformata in cappella, l’incavo nella roccia che secondo la tradizione era l’impronta del piede di Maometto ora  diventa quella di Gesù. Il Duomo della catena divenne una chiesa o cappella. Tutto era fatto in modo da cancellare le tracce musulmane. Malgrado la lunga guerra di logoramento tra cristiani e musulmani, intervallata da momenti di tregua, il regno di Gerusalemme era fiorente ma una sorta di isola cristiana nel mare dell’Islam.
Baldovino I, primo re latino di Gerusalemme fece scavare dei gradini nella sacra roccia già segnata da tempo, e su di essa venne posto un altare. Le schegge della roccia erano vendute ai pellegrini tanto che i successori di Baldovino dovettero impedire che la roccia fosse ulteriormente danneggiata e venne recintata.
La Cupola della Roccia fu dunque inglobata nei simboli della cristianità sebbene in passato fosse stato considerato luogo maledetto dai primi cristiani. Ora fu trasformata in chiesa, le scritte cufite furono ricoperte di intonaco poi ricoperto da  dipinti cristiani tempestati di gioielli e mosaici con scene delle sacre scritture.
Al-Aqsa subì trasformazioni più profonde: essa fu in parte destinata a dimora reale, in parte fu sede dell’ordine dei Templari, la cui chiesa madre e simbolo era proprio il Templum Domini. Anche le strutture sottostanti la moschea e risalenti all’epoca di Erode il Grande furono adibite a stalla.

LA RICONQUISTA ISLAMICA
Nel 1187 Saladino restituisce la Cupola della Roccia all’Islam. La croce alla sua sommità fu deposta e trascinata per la città per poi essere fusa. Sia la cupola che al-Aqsa furono purificate tre volte con acqua di rose. Furono tolti gli intonaci le nicchie della qibla, le statue furono abbattute, i mosaici e dipinti strappati via. L’altare e le lastre di marmo che coprivano la roccia furono asportati.
Per Saladino i due santuari dovevano essere rinnovati, il pulpito in legno di cedro fatto costruire dal suo predecessore Norandino fu installato ad al-Aqsa. Fu costruita una nuova nicchia decorata in marmo e mosaico.
Riccardo Cuor di Leone guidò la terza crociata ma non riuscì a conquistare Gerusalemme e si rifiutò di visitarla anche dopo la concessione di Saladino che intanto avevo riaperto la città ai cristiani.
Morto Saladino Gerusalemme tornò in mano cristiana solo per poco tempo, nel 1229, ma già nel 1244 fu riconquistata per altri sette secoli.


DESCRIZIONE

La Cupola della Roccia è il monumento islamico più antico pervenutoci e fu completato nel 691 d.C. La ragione della sua costruzione non si trova in letteratura o in epigrafia ma è sicuramente in relazione con la il miracolo del viaggio notturno di Maometto alla Masijd al Aqsa, che si riteneva fosse avvenuto in Gerusalemme, e con l’ascensione al cielo del profeta.
Alla piattaforma artificiale Haram al Sharif creato durante il periodo di Erode si accede mediante se rampe di scale (due a sue e nord e una a est e ovest) ognuna delle quali è coronata da archi coronati. Di questi accessi si ha notizia solo dal X secolo in poi, mentre per il periodo omayyde non esistono testimonianze di accessi alla piattaforma.
L’edificio è di tipo preislamico, dunque prettamente siriaco, ed elaborato sulla base del principio del poligono stellato di cultura greca. La pianta è ottagonale con la cupola circolare al centro. All’interno si articola con un doppio deambulatorio: un primo peribolo ottagonale, quello più esterno, è diviso con  colonne alternate a pilastri, da un secondo peribolo circolare che sostiene il tamburo cilindrico su cui poggia la cupola lignea rivestita in metallo.
In origine l’esterno era rivestito in mosaico ma nel XVI secolo questo fu sostituito da una placcatura di mattonelle smaltate. All’interno invece era rivestito da cruste marmoree nella parte basamentale e in mosaico nella parte superiore. Il largo uso di mosaici si riallaccia sicuramente alla tradizione bizantina che tanta fortuna aveva  avuto in ambienti imperiali e soprattutto cristiani. D'altronde la costruzione della Cupola della Roccia fu voluta per rappresentare la volontà politica di Al-Malik, il cui governo fu volto a riformare lo stato arabo la cui lingua ufficiale, di religione e di stato, da quel momento sarebbe stato l’arabo, mentre la monetazione con lui si divincolò dalle imitazioni bizantine e sasanidi assumendo tipi propri.
Le tematiche dei mosaici sono tipiche dell’arte islamica ma con ornati vegetali derivati dalla tradizione classica o stilizzati secondo  il gusto iranico. Presentano anche simboli regali come corone e monili di tipo bizantino e sasanide che insieme alle numerose iscrizioni proclamano la vittoria dell’Islam su Bisanzio e i Sasanidi. In questo senso la Cupola della roccia assume il ruolo di vero e proprio monumento trionfale in grado di gareggiare con i grandi monumenti cristiani.
La tipologia della costruzione segue quella delle architetture dell’impero cristiano, e precisamente alla categoria dei martyria e si relazione con i grandi santuari dell’Ascensione e dell’Anastasis di Gerusalemme. La tecnica di costruzione e l’intricato sistema delle proporzioni deriva dalle chiese bizantine. Lo stesso vale per la decorazione, molti soggetti vegetali come alberi estremamente realistici o ghirlande e sono derivati dalla tradizione cristiana di Siria e Palestina. Ma non tutto deriva da queste influenze.
La decorazione a mosaico non contiene  figure umane o animali e non era da considerarsi solo dal punto di vista decorativo: gioielli corone, insegne del potere bizantino e sasanide, rappresentano i regalia dei principi destituiti dall’islam e sono posti come trofei all’interno dei monumenti musulmani. L’iscrizione in mosaico che corre lungo la parte bassa del soffitto dell’ottagono ha un significato decorativo e simbolico: infatti oltre ad essere elemento decorativo esso contiene passaggi cristologici del corano per enfatizzare il messaggio musulmano della città di Cristo.
I mosaici rappresentano palmette, composizioni di fiori di origine iraniana (gli omayydi traggono ispirazione dall’intera area sottoposta al loro dominio creando un vocabolario personalissimo).
Questi mosaici introducono due principi decorativi che poi continuarono nell’arte musulmana:
1  l’uso non realistico delle forme realistiche e la combinazione antinaturalistica di forme naturalistiche. Gli artisti non esitavano a cambiare il tronco di un albero in una scatolo di gioielli.
2 la continua varietà. Qui ritroviamo foglie di acanto, ghirlande, alberi, rosette ma non si tratta di ripetizioni.
I costruttori omayydi resero la cupola più significativa dall’esterno che dall’interno dove risulta quasi invisibile. Infatti il messaggio è rivolto all’esterno, alla città stessa.


Per approfondire:

Grabar, O. The Ummayyasd Dome of the rock in Jerusalem in Ars Orientalis III, 1959
Ettinghausen, R. The art and architecture of Islam. 650-1250 / Richard Ettinghausen, Oleg Grabar,  New Haven and  London, Yale University Press, 1994.